22 anni, studente di giornalismo (Stars) all'Università Cattolica, appasionato di tutto ciò che è sport (praticato e non), vivo a Isorella: un paesino della bassa bresciana.
Qui il mio articolo per CyclingTime.it
Ha tagliato il traguardo di una maratona, ma non è un fondista della corsa a piedi. Ha trascorso sei mesi stupendi alle pendici del Vesuvio, però è tutt’altro che napoletano. Infatti, è neozelandese – di nascita, come cultura, nel sorriso – eppure ha vestito la maglia azzurra nei più importanti appuntamenti internazionali. Paul Griffen è questo e molto altro ancora, un di più nella quantità e nella qualità. Per esempio: non gli bastavano una manciata di chilometri, ne ha affrontati 42; ma non per autocelebrarsi, bensì per raccogliere fondi da destinare in beneficenza.
Paul Griffen ha una marcia in più, conosce il valore dello sport di squadra come sforzo da cui trarre stimoli per migliorarsi, per raggiungere un obiettivo e subito puntare ad un bersaglio maggiore. Ha imparato, frequentando la selvatica scuola “all blacks”, a giocare allenandosi e ad allenarsi giocando. Giocare a qualsiasi cosa, fin da bambino negli sconfinati prati verdi neozelandesi, a piedi scalzi. Allenarsi alla fatica, al brutto tempo, alla vita. Che è, sì, fatta di sacrifici e momenti non felici (infortuni, lunghi trasferimenti). Ma, pure di soddisfazioni e gioie (vittorie, match di livello mondiale), alle quali si arriva soprattutto con uno spirito spavaldo, grazie alla forza della mente.
Come al traguardo di una maratona, trascorrendo minuti inebrianti e altri sconfortanti. Come durante una partita di rugby, passando la palla all’indietro per avanzare o dando manforte al compagno.
Tradizionale partita a calcio di fine anno, ma disputatasi inusualmente il penultimo giorno del 2011. Nonostante la crisi, l'elevata qualità del match, nonchè richiamo mediatico, aggiunge al novero dei già presenti uno sponsor importante, il Bar Grandi che rinominerà Havana Cup la sfida isorellese. Il prepartita è rovinato da alcuni forfait di primo piano, causa infortuni o indisposizioni, come quelli di Bati e del Tumio, presto sostituiti da rincalzi altrettanto validi.
Un pomeriggio freddo e il terreno duro del campo dell'Oratorio accolgono le due squadre composte da sei giocatori ciascuna e prive di panchinari e staff tenico: così vuole la tradizione, che vieta pure la presenza di un arbitro. Durante il riscaldamento trovano spazio i più piccoli, giovani promesse locali che sognano di diventare come i loro idoli e che hanno così l'occasione di precederne le gesta. Non mancano alcuni battibecchi tra avversari, testimonianza di un clima già rovente a dispetto dell'inverno appena arrivato.
I dodici giocatori si dividono e schierano nelle due formazioni. Attacca in direzione Visano la squadra che, per comodità, chiameremo "Luca Luca" o "Mattia Mattia", composta dal Mec, Emanuelson, Ponzi, Castoro, Secio e Bassoli. Dall'altra parte, di riflesso, la "Andrea Andrea" o "Nicola Nicola" con Ciocchi, Daniel, Nodo, Il Gianlu, Andrea e Luisù. Le prime azioni, innocue e introduttive, dicono della tensione che anima i calciatori, conseguenza del'alta posta in palio. In seguito gli infreddoliti atleti allontanano i sentimenti e mettono in campo la grinta e la classe che li accomuna, sfoderando per circa due ore, ininterrote da pause, belle trame di gioco, contrasti degni di nota e spunti d'alto livello.
Il primo e l'ultimo goal contengono l'essenza del match, spiegandone in parte lo svolgimento. Partono bene i Nicola Nicola, abili ad organizzarsi rapidamente e a sfruttare alcune amnesie dei rivali. Dopo alcuni minuti giocati a centrocampo, con la palla perlopiù tra i piedi della squadra meglio preparata, ecco la prima segnatura a nome Andrea, lesto a convertire in rete, con un semplice appoggio a porta sguarnita, l'invito dalla destra del compagno Daniel. L'incontro termina invece con la rete del bomber dei Mattia Mattia, Bassoli, frutto di un'azione insistita del suo team e di qualche colpevole incertezza della difesa avversaria. Nei minuti finali, infatti, provava l'arrembaggio anche il Secio, al rientro dopo un grave infortunio non ancora del tutto passato e in cerca del gol della svolta, il quale lottando dentro l'area rivale serviva di tacco il compagno meglio piazzato che non sbagliava ingannando il portiere.
Detto questo, chi ha avuto la meglio? Ecco lo svolgimento: la partenza a spron battuto degli Andrea Andrea intimorisce gli avversari, costretti ad un repentino cambio di modulo con l'avvicendamento tra il centrocampista (il Secio, privo dei giusti tempi) e il difensore (Emanuelson, vero jolly in mezzo al campo). L'aggiustamento rimette in carreggiata i Luca Luca, capaci prima di rimontare il passivo di due goal, poi di mettere la freccia sugli avversari, infine di chiudere il match sull'11 a 6. In mezzo, una fase assai combattuta, con difese e attacchi a sfidarsi a viso aperto, nella quale prevaleva la maggior tenuta del team vincente, comunque sfiancato dalle progressioni palla al piede della temibile e ben assortita coppia Nodo - Daniel. Però, la vena realizzativa di Castoro e il buon lavoro quale assistman di Bassoli portavano avanti i Mattia Mattia, straordinariamente supportati nelle due fasi da Ponzi e Emanuelson e resi tranquilli dall'affidabilità del loro estremo difensore, un grandioso Mec. Nulla potevano nemmeno l'eclettico Luisù, lo scaltro Andrea e la diga Gianlu, spesso ricondotti a miti pensieri dall'ottima condizione dei rivali.
La linearità tattica e l'organizzazione dei Nicola Nicola, dimostrata con la prima rete e nel corso del derby, ha quindi dovuto soccombere di fronte alla verve atletica dei baldanzosi dirimpettai, raccontata con la rete conclusiva e tangibile durante tutto l'incontro.
Le pagelle.
"Luca Luca". Mec 7,5: disinnesca una serie incredibile di pericoli con parate efficaci, garantendo così serenità alla retroguardia. Migliorato. Secio 6,5: Buona l'intensità, meno la qualità. Al rientro, assicura comunque una buona copertura e una discreta spinta. In risalita. Emanuelson 8 (il migliore): gioca il calcio totale del connazionale Cruyff, con eccellente furia agonistica. Meglio dell'omonimo Urby. Leader. Ponzi 7,5: fondamentale in attacco, spesso presente anche in copertura mostra ottimo atletismo. Gagliardo. Castoro 7,5: quattro reti testimoniamo il suo gran derby, giocato con buona lucidità davanti alla porta avversaria. Piedinì (per davvero). Bassoli 7,5: segna e fa segnare come i centravanti moderni, spesso è abile a far salire la squadra o ad andare incontro al pallone. Atomico.
"Andrea Andrea". Ciocchi 6,5: ottimo impegno, sfortunato in parecchie occasioni, è spesso tradito dall'emozione o dai suoi compagni. Grintoso. Luisù 7,5: efficace in difesa, sorprendente nel disimpegno, spesso pericoloso al tiro. Tuttofare. Andrea 7: parte bene e continua su alti livelli, anche se i numerosi cambi di posizione un po' lo raffreddano. Sempre presente. Nodo 7,5: veloce palla al piede e negli inserimenti sulla fascia sinistra, nonchè nel fraseggio coi compagni. Pendolino. Daniel 8: piedi e agilità che meriterebbero altri palcoscenici, ogni suo movimento è intelligente e porta frutti al suo team. Prodigio d'oro. Gianlu 7: colpevolizzato più dei suoi reali demeriti, anche se talvolta sbaglia in impostazione. Buona l'interdizione. Solido.
Aspetto critiche e commenti.
Grazie mille Giro d'Italia. Riparto con più voglia di pedalare e ancora maggior passione verso la corsa rosa. Fight for pink.
Il mondiale è andato malissimo per gli italiani: il 14mo posto di Bennati non può certo soddisfare. Ora spazio a critiche e recriminazioni, ma proviamo a fare chiarezza affrontando ogni tematica partendo dall'ordine d'arrivo. Sul podio, tre sprinters davvero mondiali. Ha vinto il velocista più forte del mondo, da qualche anno, l'inglese dell'Isola di Man, Mark Cavendish. Secondo Goss, australiano, vincitore della Sanremo in primavera, non a caso ritenuto il mondiale delle ruote veloci. Terzo Greipel, buon sprinter tedesco spesso piazzato, quest'anno trionfatore in una tappa del Tour de France davanti a Cavendish. Poi due passisti (Cancellara e Roelandts), una coppia di discreti velocisti (Feillu e Bozic) e tre dei favoriti della vigilia (Boasson Hagen, Freire e Farrar). Fuori dai dieci le due giovani promesse Galimzyanov e Sagan, diciassettesimo il re belga Gilbert, caduto il campione in carica Hushovd.
Percorso padano. I 14 km del circuito, e i primi 28 in linea, sembravano attraversare la pianura nella quale abito. Nel 1949, anno nel quale il mondiale si disputò ugualmente a Copenhagen, Coppi arrivò terzo e disse che gli sarebbe bastato un cavalcavia per vincere. Brera scrisse che sulle aie le aquile non possono volare. Quest'anno il tracciato piatto, con qualche mangia e bevi e il finale all'insu, ha favorito i velocisti. Sembrava una classica tappa della prima settimana del Tour: fuga iniziale senza pretese, squadre dei favoriti che rincorrono, vari e vani tentativi di contrattacco, bagarre nel finale per mantenere le prime posizioni. Poi volatone. E come spesso accade alla Grande Boucle, a vincere è Cannonball. Uguale, soprattutto, lo spettacolo: vicino allo zero, a mio parere, proprio perchè la competizione ha seguito un copione ormai collaudato, già visto.
Velocisti, beati loro. Poco da dire: le inesistenti difficoltà del percorso hanno portato in carrozza i pedali veloci a giocarsi il trionfo negli ultimi metri. Nulla potevano fare i vari Hoogerland e Voekler, inutile ma coraggioso il loro attacco, perchè a quella velocità, oltre i 50 orari, è impossibile evadere dal plotone tirato dai treni delle squadre. E se parliamo di team, la vittoria appare ancor più meritata per gli inglesi che hanno tenuto le prime posizioni durante tutta la gara mostrando atleti in straordinarie condizioni come Wiggins (argento contre le montre) e Froome, secondo alla Vuelta.
La Vuelta "sfatata". Erano dieci anni che il vincitore del Mondiale era reduce dalle fatiche delle tre settimane spagnole, durante le quali poteva affinare la forma e prepararsi nel miglior modo possibile alla corsa più importante dell'anno. Quest'anno no, consuetudine smentita. Perchè è vero che Mark ha partecipato alla Vuelta, ma ritirandosi alla terza tappa e preparando così l'appuntamento iridato in altra sede. Allenandosi col connazionale Millar e partecipando al Giro della Gran Bretagna (2 tappe vinte). Questo può voler dire che il percorso danese non richiedeva chissà quale resistenza.
E l'Italia? Male gli azzurri, che non hanno finalizzato il lavoro dei vari Paolini, Visconti e Gavazzi, all'attacco per stancare gli sprinters. La squadra del ct Bettini non ha formato il treno giusto per Bennati nel momento decisivo, ai meno tre o alemo all'ultimo chilometro, non partecipando di fatto alla volata. Detto di chi ha attaccato, Quinziato si è visto spesso parlare con l'ammiraglia e, nel finale, preoccuparsi per preparare lo sprint. Non è bastata nemmeno l'esperienza di Tosatto, né la gioventù di Oss, Viviani e Modolo, presenti nelle fasi conclusive ma fuori posizione. Peccato perchè Bennati era lì, davanti, ma avrebbe avuto bisogno di un apripista.
Altre squadre. Positive quelle andate a podio, l'Australia e la Germania anche se, soprattutto per i tedeschi, c'è il rammarico di non aver pilotato meglio il loro uomo. Greipel, infatti, è apparso davvero forte, ma è partito troppo dietro. Il Belgio, quinto con Roelandts, ha deluso se contiamo che in squadra aveva un certo Gilbert, il quale avrebbe avuto bisogno di un altro tipo di corsa, se non di un circuito diverso. Benino la Francia, all'attacco e piazzata come la Spagna. Per gli iberici, però, le recriminazioni sono maggiori vista la tradizione vincente. Difficile valutare la Norvegia senza Hushovd mentre la maglia a stelle a striscie s'è vista poco o niente come quella russa e olandese.
Senza professionisti né donne, ma con quattro giovani di belle speranze. Così la pattuglia di atleti bresciani, convocati nelle nazionali italiane, si presenta ai Mondiali di ciclismo di Copenaghen, che si svolgeranno dal 19 al 25 settembre.
Anche in Danimarca, come accade dal 2005, anno dell’ultima partecipazione “bresciana” ai mondiali grazie a Marco Velo, mancherà tra i nove della Squadra italiana (tredici, se contiamo le due riserve e i cronomen) un portacolori della nostra provincia. Non ci sarà, infatti, il ghedese Simone Ponzi, già argento mondiale del 2008 nella categoria under 23. Il ct Bettini gli ha preferito il valtellinese Francesco Gavazzi (nessuna parentela col bresciano Mattia), fresco vincitore di una tappa alla Vuelta di Spagna che Ponzi, bronzo al campionato italiano 2011 cui sono seguiti diversi piazzamenti e due vittorie, non ha disputato. Durante il Giro d’Italia, anche Roberto Ferrari aveva attirato le attenzioni del tecnico livornese, ma il velocista bresciano non ha saputo confermarsi a quei buoni livelli.
Come detto, mancheranno al via atlete bresciane, sia nella categoria delle juniores sia in quella elite. Al contrario, Brescia schiera un valido quartetto nelle categorie giovanili: un under 23 più tre juniores. Tra i più grandi, Sonny Colbrelli, ventunenne velocista della Zalf Désirée Fior, ha tutte le carte in regola per ambire al podio: caratteristiche da sprinter e buona resistenza su percorsi mossi, esperienza al mondiale (sesto l’anno scorso) e fra i prof (è stato stagista nel 2010 e nel 2011 con la Colnago Csf) nonché una squadra compatta a sua disposizione. Recentemente ha disputato il Giro di Padania, completando cinque tappe impegnative e dal lungo chilometraggio, fino ad un massimo di 200 km, mentre a Copenaghen la distanza da coprire sarà di 170 km. Solo in panchina, pronti a subentrare in caso di necessità, i velocisti Marco Amicabile, della Delio Gallina, e Andrea Palini, della Gavardo Tecmor.
Parteciperà alla cronometro degli juniores il figlio d’arte Davide Martinelli (Feralpi), campione italiano in carica della prova contro il tempo e sesto ai recenti europei. Nella prova in linea, infine, toccherà al duo dell’Aspiratori Otelli Zani composto da Matteo Cigala e Nicolas Marini, quest’ultimo già argento alle Olimpiadi giovanili del 2010. Tutti e tre classe '93, hanno le qualità per poter sorprendere in positivo.
L’Avis Isorella ha, da qualche mese, un proprio gruppo sportivo: ma chi lo sapeva che questa non è una prima volta? I giovani no di certo, visto che si deve tornare indietro di quarant’anni, ma chi giovane lo era in quegli anni ricorderà con nostalgia le avventure di un gruppo di ciclisti, inizialmente variegato (tra divise di ogni tipo) e poi riconoscibile da una maglia bicolore (bianca e verde) con le cuciture rosse: “G. S. Avis”, davanti, e “Isorella BS”, sul dorso. Il tempo passato cancella alcuni ricordi, rende insicura la ricostruzione cronologica, ma conserva memorie romanzate, racconti coloriti, cronache soggettive di allenamenti, corse, amicizie, feste e trofei. È quello che emerge dalle storie di tre protagonisti di quella compagnia (Giuseppe Rosa, Attilio Bitturini e Franco Mutti, che ringrazio per la loro simpatia e disponibilità), alle quali si potranno affiancare correzioni e approfondimenti di chi vorrà riportare altre vicende.
Oltre ai tre già citati, facevano parte di quel gruppo Luigi Daffi, Valentino Gelsini, Emilio Tomasoni, “Barolo” (è il soprannome), Antonio Panigara, Mario Caldera, Dino Bonfiglio, Bortolo Fasani, Luigi Barbieri, Trebeschi e Marini (di cui ci sfuggono i nomi), alcuni amici di Gottolengo, lo “sponsor” Dionigio Baroni (che lavorava alla “Galassia” e forniva alcuni vestiti) e Rocco Bellardi, presidente dell’Avis isorellese e animatore di quel gruppo, che accompagnava alle gare con il furgoncino del “Lavasecco Stefani”. Alcune medaglie, conservate da Giuseppe Rosa, riportano la data: 1975 e 1976. Per questo e per altri riscontri collochiamo le fatiche del gruppo ciclistico negli anni ’70, fino al 1981, anno della morte del presidente Bellardi.
Oltre a qualche allenamento durante la settimana (si ricordano bene la salita del “Tiracoll” di Lonato), i “nostri” partecipavano a gare amatoriali, che si svolgevano la domenica mattina, di circa ottanta chilometri dove trovavano la compagnia di altri duecento e più corridori. Si partiva la domenica presto, poi si correva e spesso ci si fermava sul posto per ristorarsi con qualche pane e salame. I paesi che organizzavano queste corse erano Solferino, Gazoldo, Mezzane, Carpenedolo, Montichiari, Marmirolo, Castelletto di Leno, Vescovato e anche Isorella, oltre a tanti altri. A Salò partiva il Giro delle Tre Province che attraversava quelle di Brescia, Mantova e Verona per totali cento e più chilometri, tant’è che era assai difficile arrivare in fondo. I premi erano coppe, medaglie o altri trofei anche se la soddisfazione maggiore proveniva dal divertimento, dallo stare insieme, dal pedalare in gruppo che creava nuove amicizie e rendeva la fatica una gioia.
Partendo da zero in fatto di esperienze culinarie (sono un buon "ferrista", ma lo spiedo l'avevo solo visto fare: non è sufficiente averlo mangiato, ahimè...), ma grazie alla ricetta di Maurizo Molinari e ai preziosi consigli di amici e parenti, siamo riusciti, la prima volta, a preparare un buon spiedo e, questa volta, un ottimo spiedo. In entrambi i casi abbiamo usato una macchina elettrica con due resistenze come strumento di cottura (ma ci ripromettiano di passare alle braci dopo un po' di apprendistato) e il burro (èl buter) come ingrediente da "versare" sullo spiedo (in futuro, forse, proveremo con l'olio). Per ricordarsi orari, errori e scelte azzeccate, stavolta mi sono appuntato ogni cosa, che trascrivo in questo resoconto misto a fatti di contorno.
Partiamo da un errorino: la quantità di carne, 6kg e mezzo tra costine, pollo, pancetta e quant'altro. Un po' troppo per nove persone, seppur affamate. Tanto che il tutto non c'è stato nella macchina, pensata per circa quindici porzioni, e con il disavanzo ci siamo preparati un gustoso spuntino ai ferri riempiendo una griglia. Ma, alla fine, ciò che non abbiamo mangiato è stato anche poco. La carne, comprata da Gianni "èl becher", l'abbiamo infilzata e salata (solo col sale, senza spezie) la mattina stessa. Poi, all'una e mezza, via alla cottura con l'accensione di una resistenza, considerando come tempo necessario circa 5 ore e mezza. Abbiamo aspettato mezz'ora (alle 2) per mettere i primi 300gr di burro in modo che la carne rilasciasse un po' di grasso. Poi dalle 14.20 alle 16, ad intervalli di circa venti minuti, via col fondamentale "giro di burro": per prima cosa, èl buter va posato a fette sulla leccarda che è bucata e lo lascia colare (visto che, scaldandosi, si scioglie) sulla carne, la quale in parte lo trattiene e in parte no, lasciandolo cadere nel vassoio inclinato che lo riversa in un padellino. Dopo venti minuti si cambia padellino mettendone uno vuoto, mentre quello pieno di "cons" va versato delicatamente sulla leccarda e quindi sullo spiedo. E così via. La prima foto l'ho scattata proprio alle 16.
In questo lasso di tempo abbiamo anche controllato la griglia con gli avanzi, pronti e subito mangiati verso le due e mezza, giusto per non farsi mancare nulla. Altro "passatempo": la fondamentale lettura della Gazzetta. Poi patatine e birra fresca per mantenersi in forze. Alle 16.20 abbiamo salato lo spiedo, operazione che forse andava fatta prima (dopo circa un'ora dall'accensione), ma il risultato è stato comunque buono. Alle 16.30 due cambi importanti: quello del burro, con altri 3 etti, e quello della resistenza, spenta la prima, accesa l'altra per compensare al meglio la cottura. E poi di nuovo giri di burro ogni quarto d'ora. La seconda foto, scattata a 17.30, mostra uno spiedo già bello colorato tanto da insinuarci il dubbio, verso le 18, che fosse già pronto. Ma, si sa, il colore esterno è una cosa, la cottura interna un'altra. A scanso di equivoci, però, ci convinciamo ad assaggiarlo: stacchiamo una coscia di pollo alle 18.10, non è ancora del tutto cotta.
A 18.20 versiamo il cons per l'ultima volta poi alle 18.30 assaggiamo una costina: ormai ci siamo! Spenta la resistenza, lasciamo girare lo spiedo per ultimare la sua cottura. Intanto urliamo alla mamma di preparare la polenta e prepariamo la tavola. Alle 7 togliamo lo spiedo: finalmente si mangia, l'unico momento in cui tutti e nove siamo presenti. Poi si puliscono con attenzione gli spiedi, la leccarda e la macchina. Come sempre, è una soddisfazione assaporare ciò che si ha cucinato, soprattutto se è ottimo come questa volta. Ma c'è lo stesso qualcosa da correggere, consigli?